Sul perché il leader deve fare un monologo, di tanto in tanto

Sono una che ha bisogno di voci per capire. Nella conversazione trovo la mia mappa. Nella confusione mi oriento. E questo è sempre stato il mio stile di leadership. Innesco la discussione, insinuo il dubbio, ascolto, cambio idea o rafforzo la mia, finché vedo la luce. Le riunioni di redazione sono il teatro di questa “salvifica” entropia. Dissezionare un argomento per poi ricomporlo in una forma di articolo è il metodo che funziona. Per me, ma per gli altri?

Un giorno, dopo la riunione, una collega mi ha confessato un certo spaesamento del suo team. Come si fa a essere spaesati quando si ragiona assieme, mi sono chiesta. Quale incarico può essere più chiaro di quello che hai sentito nascere dalla conversazione a cui partecipavi? E lì ho capito che stavo venendo meno a uno dei compiti fondamentali di un leader. Dare sicurezza.

Che io trovi la mia strada conversando va bene, ma poi quella strada devo pavimentarla, renderla riconoscibile, evidente e percorribile da tutti, senza che a ogni potenziale bivio ciascuno debba innescare una nuova conversazione per stabilire dove andare.

È nato così un nuovo rito nella nostra routine di smartworking. Un rito che mai avrei immaginato di istituire fino a qualche mese fa. Ha le parvenze di una messa cantata: così chiamiamo in gergo le “finte” riunioni di redazione in cui alcuni direttori di giornale comunicano ai presenti gli argomenti del numero in lavorazione senza chiedere il loro contributo. Solo che in questa messa cantata di Donna Moderna io parlo del numero appena uscito. 45 minuti di monologo in cui sfoglio il giornale e commento pezzo per pezzo, foto per foto, impaginato per impaginato.

Il feedback lo davo anche prima, ma nel contesto di una riunione. Ancora una volta, punto di partenza per una discussione.

Che senso ha non sentire il parere degli altri? Ha senso in un ambiente di lavoro in cui il parere altrui è la normalità e il fare ogni tema oggetto di discussione la routine. Questo è il momento chiarezza. Per me, perché mi sono accorta che le mie idee diventano meno nebulose e più plastiche quando le pronuncio ad alta voce. Per il mio team, che invece di ripiegarsi sul mio pensiero come ho sempre temuto, è paradossalmente più libero di trovare soluzione inedite.

Perché la creatività vola quando si è certi della strada da cui ci si sta staccando, non quando si è continuamente nel dubbio di essere sul sentiero giusto.

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Co-founder di Diagonal. Qui parlo di giornalismo, leadership e innovazione

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Annalisa Monfreda

Annalisa Monfreda

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